Buh

When after 8 years of perfection your love needs a little help.

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What changes and what not

El is now in Elementary school. It amazes me because in my own life nothing was more important than school impact upon my life. I loved it. Everyday till the last day, without exception. 

She will learn so much, it is going to be as great as it was back then.

I never really went to school in Italy, apart from the first year which I have fragmented memories due to the fact I had other problems to focus on back then. 

But I could talk hours about French school. Here I feel the difference, I reckon El could find her place more than I ever did. But on the first day I smiled at the similarities, most of all the chance to have a multicultural class. Untill now she has been in private school, I chose public in the hope of having her in an environment more likely to resemble the world she lives in. We live in a nice neighborhood, very differently from where I lived back in my school days, so, let’s trust the institution.

I see flaws in it as I do in pretty much everything, but I’ll give it a try. In the end when I was a kid, pulic school was the only school and we didn’t end up nor stupid nor traumatized. There was far less care for our personal development to be honest but we didn’t resent. Or at least I can’t remember we did. Somehow today all is happiness and self development. Sure some progress are welcome but sometimes too much is too much. 

Anyway, may learning be blessed, always.

Il paradosso della cronaca estiva

Questa fine estate ha portato sulla carta stampata tre diverse cronache di violenza sessuale per mano di sconosciuti molto diverse tra loro ma che reputo molto interessanti.

Innanzitutto perché occupandoci della violenza straordinaria possiamo dimenticarci dello scarso interesse e delle scarse azioni che abbiamo e poniamo per arginare la violenza quotidiana. Come quando raccontiamo della fidanzata x accoltellata, senza invece studiare il perché della crescita delle violenze all’interno delle coppie più giovani (toccherebbe rimettersi in questione come società invece di incolpare l’orco, il pazzo, il “branco” di turno).

Non ho ancora letto un articolo utile e riflessivo sui fatti di Firenze. Si è stupidamente parlato della reputazione dell’Arma, quando, onestamente, a nessuno sulla terra verrebbe in mente di incolpare tutte le forze armate per la violenza dei singoli. Quel caso lì pone tra l’altro questioni molto più serie e delicate. Come si manifesta l’effettivo consenso? La legge ammette volentieri che la persona in stato alterato da alcol e/o droga non possa mai dare effettivo consenso. 

E io mi chiedo se sia giusto. Mi rendo conto sia un’analisi brutale. Ma quando scatta l’impossibilità di dare o negare consenso ad un rapporto sessuale? Ho bevuto nella vita, ho fatto serate, fumo occasionalmente da tanti anni, e in alcuni periodi da ragazza giovane con il mi fidanzato anche abbastanza regolarmente. Ho preso delle trone, anche molto serie, però non mi è mai successo di non sapere o essere in grado di decidere se sì o no volessi un rapporto sessuale. E se è no, devi prendermi a sassate in testa, come ha fatto il Bengalese con la ragazza Finlandese a Roma per costringermi a qualcosa.

Se non sei riversa inconsciente a terra, come fai a non essere in grado di dare o negare consenso? 

E dall’altra parte, se non ti ricordi assolutamente cosa sia successo la sera prima (davvero? Apparte sotto eroina o crack non capisco davvero come) in che stato ti sei messa? Quanto ti sei tutelata? E non solo dalla violenza sessuale, ma anche solo dal cadere nell’Arno?

Se la violenza non è qualificabile e giustificabile mai, tutelare se stessi è un dovere, di donne e uomini. Essere in una città straniera e mettersi in stati tali da causare blackout completi, farsi dare un passaggio da uno sconosciuto (e mi spiace aggiungere, proveniente da una zona del mondo dove le donne hanno paura di andare a fare pipì di notte perché vengono aggredite e abusate nel loro unico momento di “debolezza”),in una città nella quale sei appena arrivata… come può venire in mente?

E lo dico io che posti ne ho visto e di notte ho girato.

Se al momento la coscienza maschile è ai minimi storici del secolo, nel contempo di aprire un vero dialogo onesto e senza politicamente corretto sulla questione, la necessità di tutelarsi è FONDAMENTALE. 

In una società che sta perdendo i suoi valori più essenziali, non vivere nel mondo fatato degli unicorni pensando che l’uomo cortese sia per forza ben intenzionato. E non ridursi alla condizione di non poter nemmeno provare a dire NO. 

Premesso tutto questo, è davvero ora di rieducare i vistri figli, perché vi avverto, lo scempio che è stato commesso nell’educazione dei maschi tra i 15 e i 25 anni di oggi, e il pessimo, PESSIMO esempio che essi danno a tutti i giovani maschi soli che arrivano oggi da paesi in cui non sono abituati al contatto quotidiano con le donne, non può essere perpetrato con la generazione dei ragazzini che li segue. 

The lost pieces

It has been a long summer that can pretty much be resumed by this picture of my sweating by 40 degrees and painting the house

Or also this one of me collapsing on the floor by posing 80m2 of pvc strips.


Which was how I for the most spent my time between July and August.

So I missed an interesting article I wanted to write on my birthday about how when you’re after 30 you start stating “where I was 10 years ago” instead of “where I was last year”. Then it came to my mind where I effectively was ten years ago. In Paris. Ruining my sentimental life for the years to come due to a single kiss. Which made me realize over the years that Dawson’s Creek was fucking right: don’t ever kiss light hearted. NEVER.
My vacations had been very short. But good anyway.



The girls have been in Paris for the first time, then in the mountains, a very long and good summer for them. So the rest doesn’t really matter, right?

We will be moving in two weeks I guess and there is nothing done for now. I will improvise like always.

Oh and I read very good books.

Currently this one:

Piccole avventure Romane

L’altro ieri ero nei pressi di Piazza Venezia dopo aver camminato tutta la mattinata, faceva caldo, c’erano troppi turisti in pantaloncini, ho deciso di andare a Rione Monti a pranzare in bel posto che conosco, lontano dalla folla.

Guardo l’itinerario sul telefonino, 22 minuti a piedi e 21 con l’87 preso proprio in Piazza Venezia. Sono le 11.53, il pullman è previsto alle 12.04. Immagino una certa flessibilità oraria ma decido di prenderlo. 

Sono passati esattamente 5 bus della linea 64 (e va bene va in Vaticano sarà rinforzata), 6 della linea 40, 3 della 60, 4 autobus diretti in due distinti ospedali e due 72.

Solo dopo tutti questi passaggi, una signora romana arriva al mio fianco e mi chiede “scusa ma per caso è passato l’87? O l’81?”

“No appunto lo aspetto da mezz’ora”

“No perché c’è stata una perdita d’acqua in corso Rinascimento e c’è una deviazione ma non capisco dove fermi”

Mi fa vedere l’app dell’azienda trasporti che annuncia, testuali parole:

“Causa danno idrico Viale Risorgimento le linee 80,81,87 (e altro) vengono deviate in uscita Corso Vittorio Emanuele II, in entrata Via Cavour”

Capiamoci. Non lo capiva lei che la prende tutti i giorni quella linea, figuriamoci io che sì, conosco sia il corso che la via ma che non ho la minima idea del percorso della linea 87.

Da un 40 scende un gruppo di controllori, decidiamo di chiedere a loro. 

“Ah quindi c’è qualcosa, vedi” dice una al suo collega. Nessuno di loro è in grado di capire l’indicazione di deviazione data sull’app. Una di loro decide di usare il controllo satellitare, si scopre che 81 e 87 stanno ormai arrivando, probabilmente il corso è stato riaperto. 

Un signore si mette ad urlare che sono 90 minuti che aspetta l’87, lui ovviamente l’app non ce l’ha, avrà 70 anni, il biglietto nel frattempo gli è scaduto e di allagamenti e deviazioni non sapeva nulla.

Prendo l’87, faccio le mie misere 5 fermate, attraverso i giardini in salita, infine arrivo al Carrè Monti. Sono le 13.33.

Adesso, ovviamente sarei dovuta andare a piedi. Ovviamente gli imprevisti possono accadere. Ovviamente quello che ne penso di una capitale con marciapiedi collassati in buche d’acqua durante un’estate di siccità non merita neppure dissertazione. 

Ma il vero problema è la comunicazione. O più esattamente la mancanza di. Perché non è possibile che nel 2017 a Roma, capitale d’Italia, capitale della cristianità, capitale del turismo mondiale oserei dire, in un interscambio tanto importante quanto Piazza Venezia, non ci siano i tabelloni ettronici che non solo permettono di dare informazioni sul traffico e i passaggi delle linee ma permettono anche di segnalare eventuali deviazioni o comunicazioni che un cittadino (e peggio ancora, un turista) DEVE poter avere per gestire i propri spostamenti in città.

Paralleli

Ci sono letture che a volte si incrociano in modo profondo e succede, a volte, che un autore che voleva raccontare una storia semplice, una storia umana, dica molto di più, consapevolmente o no.

Avevo appena finito di leggere Illich e il suo “Descolarizzare la società” a cui do l’immenso credito di essersi, negli anni 70 posto il problema, non dell’organizzazione scolastica ma dello schema societario che essa impone.


Illich non parla di come modificare la scuola secondo criteri liberali o libertari come ci si potrebbe aspettare da un pensatore della sua generazione in piena guerra del Vietnam.

Illich si pone il problema della disuguaglianza che l’obbligo scolastico crea, all’interno di una nazione e in modo ancor più violento tra le nazioni in forte sottosviluppo e le altre.

Creando un percorso strutturato, unico riconosciuto per l’accesso all’accreditazione lavorativa e quindi, obbligatorio anche oltre gli anni di effettivo obbligo di legge, si creano voragini incolmabili tra chi può avere accesso a questa istruzione e gli altri.

Senza entrare nel dettaglio delle pedagogie, Illich mostra come, alla base, l’impossibilità di reperire fonti di istruzione (teoriche o pratiche che siano) è un dramma umano enorme. 

La ritenzione del materiale didattico e il suo essere dispensato secondo canoni prestabiliti, uguali per tutti, senza tener conto del contesto in cui la persona che vuole apprendere evolve, dell’opportunità di un adattamento, è di fatto una forzatura e un’imposizione centralizzate che minano la libertà individuale e collettiva dei popoli ad istruirsi come lo desiderano.

Per tutto questo, oggi, ho preso dalla scrivania il libro di Salvatore.


Perché nella storia di questi ragazzi che dalla casa famiglia vengono portati sul palco di un teatro, è proprio di “imparare” che si discute.

In un contesto in cui il gruppo società, la famiglia, il quartiere, la vita, hanno tagliato fuori dall’accesso ad un’istruzione non solo buona o anche adatta, questi ragazzi, Salvatore porta loro la conoscenza, l’esperienza dell’arte. 

Si fa portatore di istruzione pratica del teatro ma anche e soprattutto di istruzione emotiva, perché la recitazione, ancor più di altre arti, senza amore e senza spiritualità non è nulla.

Essere veicolo di conoscenza e portarla là dove non c’è più l’apparato scolastico statale e dove esso è immensamente deficitario proprio nel capire le necessità degli individui indeboliti dal proprio percorso di vita, questa è la piccola e allo stesso tempo immensa rivoluzione che Salvatore attua e che invita ognuno di noi a fare dicendoci “Entrate, prendetevi un caffè con questi ragazzi e regalate loro qualcosa, in tempo e conoscenza”.

Piccole belle sorprese

Al salone da Sellerio nello parte dello stand riservato a pubblicazioni di nicchia sulla Sicilia presi questo piccolissimo libro di 62 pagine.

Un delicato diario di mesi terribili per una popolazione che la guerra forse, se la meritava meno di tutti.

È una donna che scrive, oltre la politica e l’ideologia, la sofferenza per la sua terra e la sua Patria.

Rileggere queste pagine oggi è bello e importante. Quando parlar di Patria sembra essere un delitto, e le accuse di intervenzionismo retrogradi, ecco con parole semplici e realiste, il pensiero del cuore e la lucida dello spirito critico.



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Askatasuna

Avete rotto il cazzo.

Pseudo centri sociali avete rotto il cazzo.

Se un’ordinanza non vi va bene andate a manifestare in comune come fanno tutti.

Non vi permettete di prendervela con la Municipale che fa rispettare suddetta ordinanza.

E non andate sui social a fare la scenetta “uh la polizia ha caricato tra i dehors” senza dire che prima sono stati aggredditi gli agenti della municipale, cosa peraltro già avvenuta qualche giorno fa.

Una donna, commissario, è stata presa a pugni in faccia, un altro agente colpito e ferito al volto con una bottiglia. E vi pare strano abbiano poi mandato l’antisommossa.

Se non va bene un’ordinanza la si critica in sede opportuna. Al massimo si fanno presidi.  Ma non si pretende di poter, con la forza, violarla e poi giocare alle vittime.

Parentesi se non vi va bene che non si possa bere come si desideri in una piazza ostaggio di spaccio e vendita abusiva di alcolici in strada potete andare a casa vostra a bere.

Ah no, giusto, la maggior parte abita con la mamma.

Perché lo IUS SOLI no

Sono fortunata, su questo argomento posso parlare a giusto titolo, più della maggior parte di persone che sono intervenute fino ad ora.

Un po’ perché ho vissuto espatriata 15 anni, un po’ perché sono cresciuta con bambini nati in Francia da genitori stranieri, bambini nati all’estero e arrivati in tenera età, bambini arrivati già grandi…

Sono figlia di due persone che vivono in un paese straniero di cui non sognerebbero di prendere la nazionalità da 32 anni. Ne hanno diritto ma non vi sono interessati. L’Italia spesso la criticano, ci vengono anche poco. Però sono Italiani. Fino alla morte, Italiani. Mia madre continua ad alzare gli occhi al cielo quando il suo compagno francese non coglie sottigliezze culturali che sono per noi importantissime.

Quando ho compiuto 18 anni ho ricevuto una lettera dalla Republique Française che mi annunciava il mio diritto alla cittadinanza francese visto che avevo raggiunto la maggiore età ed ero presente sul territorio da più di 10 anni.

Ovviamente ho rifiutato. Anche la doppia cittadinanza. Io sono italiana. In tutto. Dalle più insignificanti abitudini di vita ai concetti più complessi dell’identità. Anche se ad oggi vivessi ancora in Francia sarei sempre un’Italiana.

Avevo un fidanzato nato in Marocco e arrivato a 3 anni in Francia che era francese, si sentiva tale e non aveva appartenenza identitaria al suo paese di origine.

E avevo compagni di nazionalità francese, nati a Parigi che alla domanda “t’es quoi?” Rispondevano “Algerien”.

Scelta.

La scelta si deve dare. Perché non basta nascere in un posto per sentirsi appartenente a quel paese. Perché se sei nato a Canicattì ma continui a vivere esattamente come al bled non sei Italiano. Come non sei Francese se vivi come fossi a Caltanissetta, triglie fritte comprese (e severità educativa in premio). 

Ad oggi ci sono tutele di uguaglianza tra cittadini di diversa nazionalità, i bambini nati da stranieri o da connazionali hanno gli stessi identici diritti, compresi documenti di riconoscimento nazionali. Un bambino Thai che vive a Milano fa la stessa vita di un bambino italiano, stesse istituzioni, stesso accesso all’istruzione e ai servizi.

La cittadinanza, la nazionalità non è automatica nel cuore di una persona, si costruisce con il tempo e non si può imporre a nessuno. L’integrazione forzata che passa dalla cancellazione del paese di origine rischia di creare un rigetto fortissimo verso il paese adottivo e non è quello di cui le seconde e terze generazioni hanno bisogno.
Qui di no. Niente Ius Soli. Dopo 10 anni e/o alla maggiore età la nazionalità va proposta. Chi sente di volerla l’avrà. Chi si sente altro, resterà giuridicamente quello che è. Un espatriato come milioni, il che non è una brutta condizione, anzi, è spesso, quasi sempre, un’immensa ricchezza.