Critica del progresso

Sì ma quale progresso?

È la prima domanda che mi pongo nello svolgere delle mie attuali letture. Ri affrontando Lasch e la sua critica maggiore (Il Paradiso in Terra), letta nell’integralità delle sue 600 pagine e ripercorrendo pensiero progressista e pensiero reazionario (o conservatore o secolarizzatore a secondo delle fasi storiche del nostro continente e dell’America), il primo pensiero va alla differenziazione del concetto stesso di progresso.

Progresso come corsa capitalistica al maggior quantitativo, di oggetti prodotti (e il loro conseguente spreco), di bisogni creati (assoggettazione al raggiungimento progressivo degli obbiettivi aziendi in costante aumento di grandi gruppi societari), di un performance tecnica che esula la ricerca tecno-scientifica. Che non ha come obbiettivo l’avvicinarsi della società al Migliore dei mondi, come lo chiamerebbe Popper, ad un mondo in cui tecnica, scienza, medicina, siano al servizio della qualità di vita reale dell’essere umano. Che non vuol dire sfidare la natura, ignorare la madre terra o dimenticare i limiti della condizione umana (una condizione che non è né divina né chimica) ma lavorare alla scoperta scientifica e allo sviluppo tecnico proprio nei limiti di questa condizione. 

Una condizione che non potrà mai essere appianata né dall’eccesso di fuga di avanti dettata dal principio primo del capitalismo economico e cioè l’aumento continuo e senza termine della creazione e dell’accumulo di ricchezze né da veilleità ego-strutturate che rispondono alla paura della degenerescenza e della morte.

De Turris e la sua critica a Popper dimenticano questa differenziazione che deve essere il fondamento di una qualsivoglia critica costruttiva, completa e “giusta” (non in senso etico ma di puro carattere coerente della dissertazione) del progresso. 

La critica del progresso capitalista come la espone e argomenta Lasch trascende anche l’orientamento politico del suo autore e di qualsiasi lettore vi si approcci, la panoramica offerta del pensiero detto “reazionario” e di quello della sinistra detta “progressista” europea permette anzi la rivalutazione di autori e pensieri scartati per forma mentis consolidata da una parte e dall’altra.

Ad oggi si assiste ad una critica attiva del progresso senza regolamentazione dei mercati e della sovrastruttura economica capitalista, che si può definire trasversale. Movimenti di involuzione produttiva e solidale che sono stati ideati da associazioni e collettivi di sinistra sono affiancati nella loro missione pratica di tutela di modalità produttive più lente e rispettose dell’individuo e delle materie prime, dalla tutela e la rivalorizzazione che pensatori,associazioni culturali di destra mettono in atto nei confronti dell’artigianato, della produzione familiare,nazionale, su piccola scala, delle realtà produttive autonome, fuori dal controllo e dalla logica dei macro-gruppi commerciali.

La cortina di ferro è caduta tanto tempo fa. La consapevolezza della necessità di abbandonare nostalgie per strutture governative fallimentari e obsolete deve spingere al congiungimento delle forze non contro il Progresso in una spirale di riufiuto conservatore ma contro il progresso come scalata verso il nulla.

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