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Tra ieri e ho oggi ho letto questo libro. 


Forse per iniziare a tranquillizzarmi sull’entrata a scuola di Elizabeth. Credo abbia avuto l’effetto contrario. Insiste sul comunicare al bambino le sue differenze chiamandole per nome, dicendogli “ecco il tuo cervello funziona così perché tu sei plusdotato”. Ma in fondo, perché dire una cosa del genere ad un bambino? Perché non aiutarlo semplicemente a vivere la sua intelligenza e i suoi meccanismi cognitivi come lo si farebbe con un qualsiasi altro bambino? Non con le stesse metodologie, non con gli stessi ritmi, ma con lo stesso obbiettivo: il benessere e l’acquisizione del miglior funzionamento del proprio intelletto, qualunque sia la sua velocità, le sue difficoltà e ramificazioni.

Non si tratta di negare una differenza ma di non accentuarla a parole, dando uno status che probabilmente risulta incomprensibile ad un bambino di sei anni, ad alto potenziale cognitivo che sia o no.

Accompagnare senza sovrastrutture permette forse anche al bambino di capire che non è che lui è diverso (il che richiama ad una normalità a cui dunque non appartiene) ma che esiste una moltitudine di funzionamenti cognitivi e che ogni essere deve imparare a capire ed utilizzare il proprio.

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